“TIC-TIC-TIC-TIC-TIC-TIC…” era il suono cadenzato del metronomo che percepivo nitido dallo Studio di Lina. Io mi ero sistemato ad attenderla in un corridoio utilizzato come sala d’aspetto. Vi erano diversi disegni colorati appesi a pareti ritinteggiate più e più volte e oggetti di creta dalle forme naif sistemati su piccoli e umili scaffali. Subito dopo la partenza del metronomo udii la voce di un bambino che, seguendo il ritmo, cominciava a sillabare “La ca-sa an-ti-ca del vi-ci-no…”. “Bene, continua!” aggiunse Lina dalla sua seggiola.  Pochi minuti dopo si spalancò la porta della “stanza delle crete” ed uscirono 3 bambini: una bimba sui 9 anni, esile, morettina con i capelli a caschetto, che mi ricordava molto una mini Valentina di Crepax; un bimbetto sugli 8 anni, bello “piantato” con due manone, ditoni rotondeggianti e due bellissimi occhi a mandorla; e da ultimo un altro bambino che si spinse come un grillo saltellante verso la porta d’uscita,  gridando “la mamma è giù, la mamma è giù, vado da lei”. Non appena aprì la porta lei era li ad accoglierlo con un sontuoso e accogliente abbraccio. La bambina invece mi lanciava sguardi a scatti e allo sguardo aggiungeva a ripetizione, come fosse un tic motorio, le parole “BRUT BRUT”, per poi togliersi da li e avvicinarsi con curiosità ad un disegno alla parete. Il bimbetto paffuto si era riavvicinato pacatamente a Roberto dentro alla stanza. Roberto era l’educatore che aveva appena svolto attività di manipolazione della creta per aiutarli nelle loro creazioni. Queste sarebbero poi state cotte una volta ogni 2 settimane nel forno dall’amica di Lina, l’atelierista Mirella Ruozzi. Dunque: dove ero capitato? Mi sembrava un set cinematografico del telefilm “Le simpatiche canaglie”, serie americana degli anni ’20 e ’30, con protagonisti divertenti bimbetti di un insolito quartiere, molto diversi tra loro. Ma soprattutto che cosa avevano in comune dal punto di vista del progetto terapeutico un bambino con dislessia, una bambina con sindrome di Tourette, un bambino con sindrome di Down e un altro con una iperattività motoria?

Era il 1997 quando io mi trovai per la prima volta in via Migliorati a Reggio Emilia nella prima sede del Centro Educativo Rieducativo “Lorenzo Milani”, fondato da Lina Mazzaperlini quattro anni prima. Speravo di poter iniziare una collaborazione come psicologo dell’età evolutiva. La risposta alla domanda che mi ponevo mi arrivò piuttosto velocemente, da Lina stessa, nei mesi a seguire. E non solo con le parole a spiegarmi, ma con i modelli d’intervento che mi mostrava mentre interagiva con i bambini, con le differenti e innovative modalità educative e terapeutiche. Lina era già un’icona nel panorama educativo emiliano. Dopo le scuole magistrali aveva studiato la psicomotricità di Bernard Aucouturier, la medicina all’Università; dopo aver insegnato alle scuole elementari era diventata docente al biennio universitario per insegnanti di sostegno, era consulente dell’IRSAE Emilia Romagna, docente all’Istituto Garibaldi per ciechi e aveva pubblicato già diversi testi sulla pedagogia e sull’educazione speciale. Era una Educatrice con una forte consapevolezza su cosa dovessero essere l’Educazione e la Pedagogia nel suo tempo, ma con uno sguardo speciale per i bambini un po’ diversi. Da questi, come spesso capita alle persone con gli sguardi speciali, prendeva idee ed energia per irrobustire il suo concetto visionario di Educazione a supporto di una Pedagogia Speciale. Nella vita professionale si era sempre orientata ad insegnare in modo integrato i codici del comunicare (quello verbale-linguistico, quello cinesico, quello prosodico, quello prossemico, quello iconico), ma con una attenzione sempre presente al contesto e alla storia di vita del bambino e della sua famiglia. Se Lorenzo Milani, a cui aveva dedicato il nome del suo Centro Educativo, era portatore di una mission di integrazione a natura politica e sociale, Lina Mazzaperlini portava in sé una mission di integrazione a natura scientifica e pedagogica. Sosteneva che i bambini tutti, essendo in età evolutiva, dovevano crescere in ambienti in grado di stimolare gli apprendimenti di ciascun codice del comunicare e siccome alcuni bambini presentano difficoltà o lacune, lei offriva loro il modo per valorizzare i codici già strutturati (aumentando così la motivazione ad apprendere) e conseguentemente accedeva al codice più fragile (per esempio quello linguistico-comunicativo) in modo personalizzato. L’esito atteso era che il bambino fosse già un pochino motivato dall’utilizzo compiaciuto dei codici a lui più congeniali. Sosteneva l’esercizio quotidiano, perché attraverso di esso si potevano automatizzare processi ancora immaturi e liberare così energie e motivazioni ad apprendere altre informazioni. Il contesto del Centro, composto da educatori specializzati, tecnici del linguaggio, psicologi, maestri, medici, doveva essere il collante, quel contenitore con spazi differenti e adulti in grado di mettersi in ascolto ed osservare come integrare i codici tra loro. E così la bambina con sindrome di Tourette che faceva oggetti in creta molto armoniosi, con il tempo riuscì a costruire consapevolezze sul suo differente modo di comunicare attraverso la produzione artistica, integrando il linguaggio verbale. Alcuni anni dopo mi ritrovai a dire a quella bambina: “quel vaso non ha nessun tic, guarda come è armonioso”, e lei mi rispose “perché ho già parlato con lui e mi è anche piaciuto”. Lina scriveva “Quando si comunica con qualsiasi tipo di codice, se non si vuole rischiare l’incomprensione, bisogna operare transcodifiche fra codici diversi. Solo il contesto della comunicazione con la sua pluralità di codici, permette l’attribuzione di significato e la comprensione del messaggio” (“Contesti del Comunicare”, L. Ferrari- L. Mazzaperlini, M. Moroni, 1994, Comune di Parma).

Nel corso dei 4 anni seguenti ho lavorato fianco a fianco con Lina. Successivamente, dopo la sua scomparsa nel dicembre del 2000, ho continuato nel suo ruolo per altri 17 anni insieme ai collaboratori. Potrei ricordare diversi altri insegnamenti di Lina. Mi soffermo solo sul tema del “riparare”, ma meglio sarebbe utilizzare il termine “aggiustare” che richiama di più il concetto di accomodamento di Piaget. I bambini che venivano al Centro in quel periodo frequentavano alcune o tutte le attività terapeutiche proposte anche per diversi anni.  Noi operatori avevamo così l’opportunità di conoscere un bambino a tutto tondo nel corso del tempo, per esempio vedendo come affrontava la preadolescenza e, a volte, anche l’adolescenza, cioè come si stava costruendo la sua personalità e le sue strategie di adattamento. Inoltre avevamo tutti un’altra grande opportunità: vedere e valutare cosa succedeva di fronte al blocco degli apprendimenti, alle crisi psicologiche, agli errori di comportamento (frequenti nella preadolescenza). A volte, ovviamente, anche di fronte agli errori di noi operatori. Lina aveva concettualizzato queste fasi come necessarie e prevedibili e non aveva alcun minimo dubbio sul come gestirle, almeno nelle intenzioni. Era anche una persona con un carattere forte, ferma e risoluta di fronte all’errore e capace, appunto, di trasmettere a tutti noi, bambini e adulti, l’idea dell’ “aggiustare”.  Con un approccio del genere si diventa capaci di accettare che non tutto può andare per il verso giusto e a far passare il messaggio che “la perfezione” è solamente un’immagine proiettata delle nostre aspettative su noi stessi o sugli altri mentre la realtà è piena di inceppi e ricostruzioni, non prevedibili. Nel merito ricordo un aneddoto. In un pomeriggio estivo e assolato stavamo lavorando con i nostri bambini negli Studi, nelle nostre palestre e nei nostri atelier. Avevamo appena inaugurato, a fine 1999 la nuova bellissima sede del Centro presso il Villaggio Osea, grazie anche all’interessamento di Carlo Menozzi, direttore del Villaggio, e di Luciano Gozzi, presidente del Villaggio (successivamente anche del nostro Centro). Nel Villaggio erano ospitati in casette accoglienti circa 80 bambine e bambini, con un bel parco e un campo da calcio all’interno. Ad un certo punto si sentì un “crash” secco nei pressi della nostra porta d’entrata. Io e Lina uscimmo a vedere cosa era successo. La scena di fronte a noi era composta da 4-5 ragazzini che stavano scappando e uno che se ne stava li a guardare, impassibile. La targa in creta cotta al forno e verniciata, praticamente nuova, che avevamo fatto come segno distintivo del nostro Centro, era spezzata in 3 parti, a causa di una pallonata arrivata da un calcio maldestro. L’unico ragazzino che era rimasto li a guardare era un “nostro bambino” e conosceva bene Lina e il suo carattere.  Lei esclamò una cosa del tipo “Santa Pazienza! Ma state un po’ più attenti!”. Poi prendemmo i cocci della targa e senza pensarci troppo Lina decise che l’avremmo aggiustata. Quella mattina di quel giorno avevamo parlato io e lei dell’importanza dell’accettazione dell’errore di un bambino che stavo seguendo e che presentava da diversi mesi problemi di comportamento e demotivazione. Lei mi diceva che dovevo insistere, non mollare, perché le cose si potevano aggiustare, magari considerando una qualche ferita, ma aggiustare. Il bambino si chiamava Luigi. Con i pezzi di creta in mano mi guardò e disse: “ecco Verter, questo è come Luigi, ora lo aggiustiamo, forse non sarà perfetto come prima, ma sicuramente sarà più originale”. Nei giorni seguenti incollammo tra loro i pezzi, sistemammo la targa meglio che si poteva e la rimettemmo li, all’entrata del Centro, aggiustata. La targa è rimasta li appesa per altri 14 anni, con quelle crepe nella parte destra in basso. Imperfetta e Bellissima.   

Verter Pregreffi, psicologo e psicoterapeuta, è stato psicologo del Centro Lina Mazzaperlini (già Centro Educativo Rieducativo Lorenzo Milani) dal 1997 al 2017 e Direttore del Centro dal 2001 al 2014.

Articolo pubblicato in data 6 ottobre 2024 sul libro “I protagonisti volume 3” a cura di Giuliana Lusuardi, Vittoria Maselli Editore, 2024